Per Insegnanti

Docente, psicologo o assistente sociale?

“Io sono un docente, non uno psicologo o un assistente sociale”. Quante volte ho ascoltato docenti porre questa domanda. Tutti gli insegnanti, soprattutto negli Istituti di Istruzione Superiore di primo e secondo grado, si sono preparati in una disciplina per poterla insegnare, ma non sempre hanno pensato a chi avrebbero dovuto trasferire le loro conoscenze. Hanno poi sperato che la propria esperienza scolastica sarebbe stata sufficiente per un corretto approccio con gli studenti; hanno creduto che il buon ricordo di un insegnante (voglio essere come lui/lei) o al contrario un cattivo ricordo (non vorrò mai fare come lui/lei) avrebbero potuto orientare la loro attività nella scuola di oggi. Molti poi, scesi in campo, constatano che non era così, qualcuno finisce col pensare di non essere adatto all’insegnamento, qualcun altro entra in aula frustrato e adotta strategie che non sempre risultano adeguate e vincenti.

Insegnare è una questione di cuore e prima di arrivare alla testa di uno studente, di una studentessa, bisogna passare da quella via!

Conoscere gli studenti di oggi, le loro famiglie, con tutte le loro sfaccettature e le loro fragilità è indispensabile per insegnare; per questo dopo anni di Sportello di Ascolto negli Istituti di Istruzione Superiore e anni di insegnamento desidero mettere a disposizione la mia esperienza e proporre interventi strategici nella scuola e nei contesti educativi.

Quali sono i principali problemi? Chi insegna lo sa bene, oltre ai disturbi legati all’apprendimento e al disturbo da deficit dell’attenzione e dell’iperattività, si incontrano spesso casi di disturbo oppositivo-provocatorio, disturbo da evitamento, mutismo elettivo, conflitti e ostilità tra allievi, lotte tra bande, bullismo e cyberbullismo, autolesionismo, ecc.

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L’insegnante e i DSA

Le nuove norme assicurano un’opportuna preparazione a docenti e dirigenti scolastici di ogni ordine e grado riguardo ai Disturbi dello Sviluppo e dell’Apprendimento in particolare, con l’obiettivo di «acquisire la competenza per individuarne precocemente i segnali e la conseguente capacità di applicare strategie didattiche, metodologiche e valutative adeguate».

Il metodo preferibile per lo screening è quello della ricerca-azione, dove professioni diverse accettano di affrontare un problema condividendo le evidenze scientifiche e le azioni, verificandone gli effetti nel tempo.

Dal momento che le prove di screening possono evidenziare difficoltà è necessario approfondire il profilo dell’allievo attraverso prove che permettano di individuare le componenti deficitarie rispetto alle norme psicometriche. La realizzazione di uno screening deve essere anche ispirata a un principio di economia.

Allo stato attuale delle conoscenze un intervento su un fattore di rischio diminuisce la prevalenza del DSA, ma non la annulla; un intervento sui fattori di rischio riduce l’entità del disturbo di lettura/scrittura, ma non lo elimina del tutto. Il fatto però di sapere che lo studente dislessico ha capacità cognitive integre deve indurre la scuola a trovare strumenti alternativi alla lettura diretta per acquisire le informazioni e le conoscenze.

È importante che lo studente abbia il minor numero di frustrazioni possibili nell’apprendimento, perché avere maggiore fiducia in se stesso e nella scuola è il modo migliore per ottenere buoni risultati.

Per questo ritengo utile valorizzare i punti di forza e, nel caso di DSA, le abilità MIND (M – material reasoning; I – interconnected reasoning; N – narrative reasoning; D – dynamic reasoning).

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DSA e MIND: I vantaggi della dislessia

La dislessia è sempre più riconosciuta e certificata. Recenti studi hanno dimostrato che il cervello dei dislessici lavora in modo diverso dal cervello dei non dislessici e che questo non è sempre uno svantaggio. Il mondo anglosassone ama gli acronimi e per indicare le abilità a vantaggio dei dislessici usa la parola MIND.

Le abilità M (material reasoning) aiutano a ragionare sulle caratteristiche degli oggetti nel mondo fisico e materiale, quali: forma, taglia, movimento, posizione e orientamento nello spazio e il modo in cui questi oggetti interagiscono tra loro. Per questo motivo, ad esempio, i dislessici hanno una migliore visione in 3D.

Le abilità I (interconnected reasoning) aiutano a trovare relazioni tra diversi oggetti, concetti o punti di vista. Per esempio aiutano a scoprire e vedere come i fenomeni (oggetti, idee, eventi, …) sono legati tra loro per somiglianza o associazione o sono connessi da vincoli di causa-effetto.

Le abilità N (narrative reasoning) servono a mettere in serie delle “immagini mentali” prese dalla passata esperienza del soggetto e che possono essere usate per ricostruire il passato, spiegare il presente, predire il futuro o immaginare scene e cogliere/afferrare i concetti importanti di un testo.

Le abilità D (dynamic reasoning) permettono di ricostruire accuratamente situazioni passate e ipotizzare quelle future; sono particolarmente utili quando, nella ricostruzione di un fatto, alcuni elementi che lo contraddistinguono sono variabili o poco conosciuti o addirittura ambigui; oppure per lavorare su ipotesi in situazioni in cui non si possono avere indicazioni precise.

Tutte queste abilità possono essere sfruttate al meglio e aumentare l’autostima della persona che le scopre e ne diventa consapevole.

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Lo stress del docente

“Mi sento a pezzi”, “Ho i nervi a fior di pelle”, “Non ce la faccio più”; “Non riesco a dormire” … probabilmente vi sarà capitato di usare espressioni di questo genere o certamente le avrete sentite con frequenza nel vostro ambiente di lavoro.

Lo stress è diventato nella società contemporanea uno spettro che minaccia la salute e l’efficienza di milioni di persone, e gli insegnanti ne sono tutt’altro che esenti. Anche se non esistono dati statistici sull’incidenza dello stress tra gli insegnanti, vi sono alcuni aspetti del sistema scolastico che rendono la professione dell’insegnante particolarmente a rischio di stress. Non esistono dati a livello nazionale o locale sulla quantità totale di assenze per malattia degli insegnanti e nemmeno sulle cause di queste assenze. Tuttavia, l’esperienza porta a ipotizzare che una percentuale superiore al 50% delle visite e consulenze mediche sia collegata a problemi di stress. Analogamente molte delle assenze per malattie, soprattutto nelle professioni che richiedono un elevato impegno nelle relazioni interpersonali, possono essere imputate allo stress.

Tuttavia lo stress non è qualcosa che può essere evitato facilmente, e soprattutto, non è qualcosa che si deve necessariamente evitare. Esso può anche svolgere una funzione positiva, quando riesce a ottimizzare le prestazioni di una persona: è soltanto quando raggiunge un livello eccessivo, in termini sia di intensità sia di durata, che ha effetti nocivi.

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Imparare ad imparare (con il metodo Feuerstein)

Reuven Feuerstein (psicologo israeliano) ha dedicato la vita a questo, dando un contributo fondamentale e innovativo alla costruzione dei principi dell’educazione cognitiva. Il metodo Feuerstein è uno dei primi approcci metacognitivi apparsi in ambito educativo e riabilitativo ed è attualmente sperimentato in tutte quelle situazioni in cui è necessario potenziare le risorse umane, come il campo educativo, aziendale e riabilitativo.

Il Metodo si fonda sulla convinzione che ogni individuo è modificabile e può potenziare i propri processi cognitivi, attivando risorse ancora latenti. Questo percorso è reso possibile dalla presenza di un ‘mediatore’ che facilita il processo dell’imparare ad imparare.

Il Metodo fornisce strumenti che migliorano la capacità di apprendere attraverso una metodologia attiva, volta a creare un ambiente favorevole all’insegnamento-apprendimento, all’autostima e alla riprogettazione di sé; centrato sull’ascolto, sull’attenzione alle conoscenze individuali e ai diversi stili cognitivi; privilegia la riflessione sui processi mentali, piuttosto che la trasmissione di contenuti.

Il Programma Feuerstein è composto da esercizi carta-matita che non hanno riferimenti diretti ai contenuti disciplinari, ma permettono al mediatore di stimolare una riflessione metacognitiva; nella relazione educativa il mediatore non dà risposte ma indirizza e orienta all’analisi dei processi di pensiero messi in atto durante la risoluzione dei problemi: la consapevolezza del proprio modo di apprendere consente di trasferire in altre situazioni le abilità possedute o acquisite nella formazione e avvia all’uso autonomo del pensiero.

Attraverso una ricca varietà di compiti, utilizzabili a livello individuale o di piccolo gruppo, il Programma Feuerstein fornisce strumenti per lavorare su:

  • potenziamento cognitivo
  • difficoltà di apprendimento
  • dispersione scolastica
  • didattica inclusiva.

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